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F come Fuoco

Aggiornamento: lug 13

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Victor Hugo lo accenna nel suo capolavoro Notre-Dame de Paris: il fuoco è l'anima del gran tutto1. La fiamma è potenza che illumina, energia che produce luce, calore da preservare.


Può essere potenza che distrugge: l’ira delle fate è istintiva, passionale e a volte irrazionale.

Nell’albo illustrato La Furia di Banshee2, la piccola fata bambina, splendida nel suo abito d’oro, è arrabbiata, tremendamente arrabbiata. Nella nota dell’autore troviamo come in Irlanda, paese di incantesimi, la Banshee è la più potente delle fate: la signora delle magie, dei sortilegi, di tutte le meraviglie.

Nessun uomo, neppure un druido, può lottare contro i suoi poteri.

Pagina dopo pagina la sua ira si gonfia e cresce a dismisura: David Sala enfatizza il grido di Banshee, cammina sull’erba e il suolo prende fuoco, stravolge il creato tra tempeste, burrasche, onde scatenate e animali in fuga terrorizzati.





I suoi occhi infiammati assomigliano a quelli di Matilde Dalverme, incandescenti3 quando esercita le sue abilità telecinetiche: la straordinaria bambina capisce che sale in zucca e curiosità intellettuale sono le uniche armi che un debole può usare contro l’ottusità, la prepotenza e la cattiveria dei pacchiani e truffaldini adulti che la trattano con indifferenza e disprezzo.


Il fuoco della conoscenza arde dentro ogni essere umano che si voglia spingere oltre i suoi limiti. Si manifesta quando i protagonisti pellegrini nelle fiabe sentono la necessità di superare le barriere invalicabili della conoscenza umana: spesso si rivolgono a aiutanti magici o a figure di margine che li possano sostenere durante il loro viaggio iniziatico.

La bella Vassillissa va a chiedere il fuoco alla Baba Jaga.

Per non soffocare tra paure, insicurezze e stereotipi, la fanciulla si reca dalla temibile strega che rappresenta il selvaggio, la vita e la morte e attraverso un processo lungo e personale, fatto di arresti e riprese, ottiene il dono dalla Baba Jaga: il teschio che incenerisce con occhi di fuoco. Dopo aver affrontato una situazione particolarmente difficile, la fanciulla della cenere e del fuoco entra in contatto metaforicamente con la morte e trae i segreti dall’antenato, chiede il fuoco, la fiamma che dà luce, chele permette di vedere attraverso il buio.

Un’altra veste del fuoco è la cenere, ciò che rimane del suo bruciare.

Cenerentola è il primo personaggio che salta alla mente, ma anche Pel di topo è legata a questo residuo: la utilizza per sporcare la sua faccia di nerofumo e celarsi, prima di scappare da casa avvolta da una pelle maleodorante.


Le fiabe trasmesse per via orale, affondano le loro radici in epoche lontane e spesso sono raccontate intorno al fuoco oppure vicino a un camino simile a quello di quattro piccole donne che appollaiate su di un’unica poltrona ascoltano la madre leggere ad alta voce.

E un ragazzo le osserva furtivo dietro la finestra e arrossendo ammette:

“Ecco, sento spesso che si chiamano l’un l’altra e quando son così solo non posso far a meno di guardare giù nel giardino; hanno sempre l’aria di divertirsi tanto! Le domando scusa se sono così indiscreto; ma qualche volta dimenticano, la sera, di tirar giù la tenda della finestra nel salottino e quando vi è il lume acceso è un bel quadretto vedere il fuoco e tutte loro con la mamma, riunite intorno al tavolino.”5

Ed è alla luce di un fiammifero che una bambina scalza prova a scaldarsi, l’ultima notte dell’anno.

Nella fiaba di Hans Christian Andersen, La piccola fiammiferaia, nella quale la ricchezza delle case aristocratiche e borghesi si contrappone alla cruda realtà del proletariato, i caminetti sono accesi, i bambini festosi giocano a tirarsi le palle di neve e le luci sono sparse ovunque nella città, mentre una bambina scalza sta vagando per le strade congelate:

«Le manine erano quasi insensibili per il freddo. Ah! Un fiammifero avrebbe potuto farle bene! Le bastava tirarne fuori uno dal mazzetto, sfregarlo contro il muro e scaldarsi le dita. Ne prese uno e «rish»! Che fiammata, come bruciava! Era una luce chiara e calda come una piccola candela quando la proteggeva con la mano; era una luce singolare! Alla bimba sembrava di stare seduta davanti a una grande stufa di ghisa con i pomelli e lo sportello di lucido ottone; il fuoco bruciava beato, scaldava così bene! Ma cosa succedeva? La piccola protendeva già i piedi per scaldare anche quelli e… la fiamma si spense, la stufa scomparve e lei si ritrovò seduta in terra con in mano il mozzicone del fiammifero bruciato.»6

La piccola tenta di vendere fiammiferi durante la notte di Capodanno, ma non viene considerata da nessuno; decide allora di accederne uno per provare a riscaldarsi e per ogni fiammifero acceso, un'immagine appare davanti a lei, sparendo poi quando la fiamma si spegne.

Cerca il calore, ma vede la luce: solo per un momento, al fioco bagliore, vede l’incanto, l’illusione, i suoi sogni.

«L’illusione anderseniana della felicità come levità spirituale pervade le pagine dei suoi libri: il sogno, vissuto allucinatorio, è lo strumento di indagine prediletto dai visionari romantici e lo scrittore danese pare usarlo come elisir contro l’angoscia del divenire.»7

Il primo fiammifero brucia le illusioni, il secondo il cuore, mentre il terzo ci porta alla consapevolezza della morte: quando anche l'ultimo fiammifero si spegne, la piccola fiammiferaia sogna di essere portata in cielo dalla nonna e di ricongiungersi a lei.


Il fuoco appartiene agli dei e nella mitologia greca Prometeo, titano amico dell'umanità, ruba parte del divino per darlo agli uomini: e la luce catturata e donata, è un tipo di bagliore che illumina anche la notte e può portare gli esseri umani alla dimenticanza momentanea della morte.

«Appropriandosi del fuoco gli uomini non solo divengono capaci di tecnica, ma accrescono la loro potenza fino a dimenticare la loro stessa natura mortale.»7

La vera colpa di Prometeo non è quella di aver rapito il fuoco agli dei, ma di aver illuso gli uomini di vincere la morte.


A volte il fuoco pare incontrollabile tanto che Giacomo di cristallo decide di smettere di dire bugie. Giacomo è un bambino rodariano trasparente, attraverso le sue membra si può vedere il suo cuore battere e i suoi pensieri guizzare come pesci. Ma un giorno il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.


Il fuoco purifica, non è solo calore e luce ma consapevolezza, indipendenza, conoscenza, ispirazione e affermazione.


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1 Hugo, V. (2007). Notre-Dame de Paris. Trieste: Einaudi.

2 Chabas, J. F. & Sala, D. (2010). La furia di Banshee. Roma: Gallucci.

3 Dahl, R. (2017) Matilde. Firenze: Salani.

4 Alcott, L. M. (2003). Piccole Donne. Firenze: Giunti.

5 Andersen, H. C. (2014). Fiabe e storie. Roma: Donzelli.

6 Bernardi, M. (2009). Infanzia e metafore letterarie. Orfanezza e diversità nella circolarità dell'immaginario. Bologna: BUP.

7 Natoli, S. (2004). Parole della filosofia o dell'arte di meditare. Milano: Feltrinelli.

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